L’Obesità

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’obesità patologica come un eccesso di peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute. Per quantificare questo eccesso si utilizza l’indice di massa corporea (IMC= peso/altezza2). Si parla di sovrappeso quando il rapporto è compreso tra 25 e 29 e di obesità quando l’IMC risulta maggiore o uguale a 30. Il razionale di questa classificazione deriva da studi epidemiologici che hanno dimostrato un aumento dell’indice di mortalità già a partire da valori di IMC>25. L’obesità patologica è stata anche definita come una condizione cronica ad eziopatogenesi multifattoriale in gradi di comportare un aumento del rischio di morte prematura, rappresentando uno dei maggiori fattori determinanti di molte malattie (figura 1). Fra queste le più frequenti sono il diabete mellito di tipo 2, l’ipertensione arteriosa, le dislipidemie, numerose malattie cardiovascolari, I disordini muscolo-scheletrici e respiratori ed alcuni tipi di tumore fra cui quelli a carico dell’endometrio, della mammella, della prostata e del colon. I costi sanitari dell’obesità e del sovrappeso sono, ormai, più elevati di quelli comportati da fumo, alcolismo e povertà. Le malattie obesità-correlate costituiscono buona parte del carico sanitario del mondo occidentale. Da stime effettuate negli Stati Uniti si è calcolato che negli obesi i costi dei servizi sanitari e farmaceutici sono più alti, rispettivamente, del 36% e del 77% rispetto ai normopeso. In uno studio relativamente recente (2004) si è calcolato che ad ogni unità in più di BMI corrisponde un incremento del 2,3% del costo sanitario totale.

Dimensioni del problema

L’obesità patologica rappresenta nei paesi occidentali la prima causa di morte. In tal senso il dato statunitense è agghiacciante: oltre quaranta milioni di cittadini affetti da obesità e 300 mila decessi all’anno.

L’obesità è in allarmante aumento in tutto il mondo, tanto da assumere i caratteri di un’epidemia globale (globesity). Secondo i dati pubblicati dall’International Obesity Task Force, oltre 1miliardo di persone adulte sono in sovrappeso e circa 310 milioni sono obese. Nei bambini/adolescenti le stime rispettive sono di circa 160 e 40 milioni. Il dato più allarmante è costituito dal fatto che in soli 4 anni la popolazione dei soggetti in sovrappeso sia aumentata di circa 6.000.000 di unità.

L’obesità In Italia

Nel nostro paese il fenomeno è diffuso in varia misura in tutte le regioni e la sua prevalenza è in costante aumento, con una preoccupante espansione nell’età infantile. Il rischio che un bambino italiano obeso diventi un adulto obeso è direttamente proporzionale alla gravità dell’eccesso ponderale e all’età: circa il 30% dei bambini obesi in età prescolare lo sarà da adulto, la percentuale arriva al 70-80% per gli adolescenti obesi. L’ISTAT, nel 1999, calcola che il 33,4% degli italiani abbia un indice di massa corporea superiore alla norma e che il 9,9% degli italiani sia francamente obeso.

Il trend di aumento dell’obesità nel nostro paese è preoccupante se si considera che il numero degli obesi dal 1994 ad oggi è cresciuto del 25%, che ad aumentare non è tanto il numero dei soggetti in sovrappeso quanto quello dei pazienti obesi e che, infine, l’Italia è al primo posto in Europa per bambini in sovrappeso (36%) ed obesi (10-15%).

L’obesità è prevalentemente diffusa nell’Italia meridionale ed insulare: al sud l’11,6% e nelle isole l’11,3%.

Nell’Italia centrale e settentrionale tale dato si attesta al 9,1%.

Il trattamento dell’obesità patologica

Ampie e ormai definitive evidenze scientifiche mostrano che la gestione del paziente affetto da obesità deve essere realizzata da un team multidisciplinare di esperti pena l’insuccesso del trattamento e la possibile esposizione del paziente a conseguenze ancora più gravi dell’obesità stessa.

Tutto ciò ha portato negli ultimi 20 anni alla nascita nei paesi occidentali di veri e propri centri per la cura del paziente affetto da obesità patologica nell’ambito dei quali endocrinologi, diabetologi, psichiatri, nutrizionisti, chirurghi, anestesisti, chirurghi plastici, epidemiologi, pneumologi e cardiologi lavorano in stretto contatto contribuendo ciascuno con l’apporto della propria professionalità alla gestione clinica del paziente.

L’obesità è nella massima parte dei casi una condizione cronica che richiede un’attenzione costante da parte delle figure professionali coinvolte nell’inquadramento diagnostico e nel successivo trattamento. Il paziente obeso rimane comunque il principale attore nell’esecuzione del programma di terapia e nel mantenimento dei risultati a medio e lungo termine. A tal fine risulta indispensabile affiancare all’intervento chirurgico, interventi rieducativi volti a modificare lo stile di vita e a correggere il comportamento alimentare. L’intervento multidisciplinare può consentire al soggetto di comprendere le cause del suo problema e di mettere in atto nella vita di tutti i giorni i comportamenti idonei a raggiungere gli obiettivi prefissati, gestendo al meglio i vantaggi offerti dalla chirurgia riducendo al minimo le potenziali complicanze.

Il ruolo della chirurgia

La terapia chirurgica dell’obesità grave nacque verso la metà degli anni ’70 anche per merito della scuola chirurgica italiana avviata da Nicola Scopinaro. Tuttavia solo a partire dall’introduzione delle tecniche per via laparoscopica ovvero durante la seconda metà degli anni ’90 la chirurgia dell’obesità cominciò la sua inarrestabile corsa. Oggi gli interventi di chirurgia bariatrica più eseguiti nel mondo sono 4.

Questi si dividono in:

procedure restrittive: queste diminuiscono l’apporto alimentare creando una piccola tasca gastrica superiore che limita l’apporto alimentare e aumenta la sensazione di sazietà dopo i pasti. Le procedure restrittive più comunemente eseguite sono il bendaggio gastrico e la “sleeve gastrectomy”

procedure malassorbitive/restrittive: uniscono l’incapacità da parte del paziente di assumere significativi apporti alimentari tipico delle procedure restrittive al malassorbimento parziale dei nutrienti conseguente ad un vero e proprio cortocircuito intestinale chirurgicamente indotto. Le più comuni procedure malassorbitive/restrittive sono il bypass gastrico e la diversione bilio/pancreatica.

I risultati del trattamento chirurgico

Oggi la chirurgia bariatrica costituisce la più efficace arma terapeutica per la cura dell’obesità patologica. Secondo uno studio pubblicato nel 2005 nel periodo 1998-2004 il numero di interventi chirurgici per obesità patologica negli Stati Uniti è aumentato da 13,386 a 121,055 pari ad un incremento percentuale dell’800%. La causa di un così vorticoso aumento del numero di procedure di chirurgia bariatrica si basa su alcune inequivocabili evidenze scientifiche fra cui l’aumento del numero dei pazienti obesi, il progressivo aumento della mortalità dei pazienti obesi indipendentemente da razza e sesso e la scarsa efficacia di ogni trattamento diverso da quello chirurgico. In particolare è stato dimostrato che sia la dieta che il trattamento farmacologico determinano una riduzione significativa di peso in una modesta percentuale di pazienti e che oltre l’80% dei pazienti sottoposti a trattamento non chirurgico dell’obesità recuperano il peso perso entro 24 mesi dalla sospensione della dieta. D’altra parte il successo della chirurgia bariatrica deve anche essere attribuito alla sua efficacia dimostrata fra l’altro da dati di riduzione del peso corporeo variabili fra il 50% ed il 75% del cosiddetto “eccesso peso” con il mantenimento di tale risultato per almeno 10 anni in oltre l’80% dei casi

Deve essere inoltre sottolineato che oggi la chirurgia bariatrica è anche più “sicura” con un miglioramento negli ultimi 10 anni sia della tecnica chirurgica che (di conseguenza) dei risultati “perioperatori” di mortalità e di morbidità.

Le patologie associate hanno un evidente impatto sulla aspettativa di vita, proporzionale all’incremento dell’indice di massa corporea

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